2020, Abbiamo appena scoperto lo smart working

Il valore delle cose che diamo per scontate si scopre solo quando le perdiamo. Tra queste cose la salute è forse al primo posto.

Ecco perché è in tempi di emergenza da coronavirus che riscopriamo l’importanza di prestare attenzione al nostro corpo e agli altri.

“Sto bene? Sto male? Forse è il caso che oggi non vada al lavoro se sto poco bene, per tutelare i miei colleghi.”

Non poter andare in ufficio ci ha aperto gli occhi sulla necessità di avere modalità di lavoro slegate dai luoghi fisici, in due parole lo smart working.

La produttività degli uffici non può bloccarsi se le persone per qualche ragione non possono accedere alle proprie scrivanie. È ormai anacronistico legare il business alle quattro pareti della sede di lavoro.

Questa emergenza è paradossalmente istruttiva per il mondo delle aziende, dalle grandi alle piccole e medie imprese: i lavoratori devono continuare a produrre, anche se le strade per l’ufficio sono chiuse per avversità climatiche o per i posti di blocco delle autorità che cercano di contenere il contagio di un virus.

Lo smart working non è una novità ma sono ancora troppo poche le aziende che lo praticano con costanza. Eppure è dimostrato da centinaia di studi che la produttività del singolo dipendente aumenta fino al 20% quando ha la possibilità di lavorare da casa. Per non parlare del calo sensibile di assenze per malattia; della gestione assai più facile dei congedi parentali e delle maternità; dello smart working come incentivo non economico più efficace per conquistare e trattenere i talenti.

La tecnologia offre tutti gli strumenti per condividere chat, telefonate, documenti e videoconferenze in modo 100% sicuro, grazie a soluzioni intuitive ed interfacce a prova di analfabeti digitali.

E allora perché lo smart working non è ancora diventato la norma nelle aziende italiane?

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